"Io, io, Ulisse, parlerò per tutti e due".
Così, con una vocina fievole da bambino davo fiato alla parafrasi dei versi infernali della Commedia, adattata dalla mia fantasiosa professoressa delle medie. Con ardore incitavo i miei compagni a seguirmi nell'oceano e a morire schiacciati dagli alisei; Ulisse entusiasmava me, che ero di parte, ma piaceva anche allo spilungone un po' meno amante dello studio che mi stava a fianco (rappresentava, non a caso, Diomede), al ragazzo ribelle, all'amica popolare, alla prof di Italiano (che lo chiamava Odisseo, alla greca), insomma a tutti.
Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον
Omero ci scrive che Odisseo è πολύτροπον, "[Un qualcuno] che si estende in molte direzioni" (Ippolito Pindemonte per necessità poetiche lo tradurrà come "dal multiforme ingegno", il grecista Tomtomvir potrà puntualizzarne la resa), il senso di quello che voglio dire è che l'eroe dell'Odissea ha sempre inglobato in sé il pensiero e il destino di più uomini, le molte "forme", le molte tensioni verso cui l'uomo (antico, moderno, contemporaneo?) propende.
Dunque, anche il caro Nolan, come spesso ha dichiarato, è rimasto affascinato dalla complessità di questo personaggio. Il punto è, come sempre, modernizzare il linguaggio, adattarlo al mercato, comprimerne la storia entro una durata di proiezione umana, renderlo adatto a schermi giganti (più grosso è, meglio è), etcetera. Ma queste sono tutte cose che si sanno, vanno accettate e basta, non predicherò di questo.
Voglio piuttosto commentare le scelte della regia e della sceneggiatura che hanno caratterizzato questa particolare messa in scena dell'Odissea, perché a mio parere sono state scelte senz'altro di personalità.
Il film è scorrevole e le tre ore non pesano quasi per nulla (tranne che a quell'amico habitué delle dormitine al cinema che è crollato appena dopo l'episodio di Circe) le scenografie sono ben pensate e in alcuni episodi spettacolari: Polifemo con quell'occhio verticale, il naso ruotato come a renderne l'idea di una verosimile deforme mostruosità, è geniale, la scena della maialificazione per mano di Circe è una precisa scelta di cinema espressionista, de gustibus.
Ora, non mi sono mai aspettato un film storicamente corretto in quanto a costumi o a dialoghi e anzi non l'avrei preferito a un film che fosse fedele alle sensazioni e alle emozioni dell'originale, anche usufruendo di licenze più fantasiose. In effetti ho apprezzato la resa imponente di Agamennone (Auramennone per gli amanti dei social), che ricalca i clichè chiaramente vincenti di Darth Vader per esprimere l'idea del potere assoluto e "divino" dell'Atride. Le sue entrate in scena sono marcatamente pompate ed epiche, ma ad un film americano concediamo volentieri queste rese più d'impatto. In quanto ad Elena nera ammetto di aver storto inizialmente il naso, nel trailer di YouTube. Guardando il film, però, osservando la carnagione ebanica - quindi estremamente rara per il tempo - di Elena e Clitemnestra ho pensato che fosse la trovata giusta per rendere le due donne il perfetto tesoro che gli Atridi avevano conquistato e che custodivano: il quid, la caratteristica che potevano possedere solo loro e che faceva nascere curiosità e desiderio negli altri uomini. Che sia stato questo il reale motivo della scelta piuttosto che questioni ideologiche o svegli dettami della giuria degli Oscar, ho avuto modo di apprezzarne il risultato.
Zendaya nel ruolo di Atena ha aggiunto spessore e un tocco di misticismo ad un personaggio altrimenti scritto male, come molti altri.
I limiti dell'Ulisse Nolaniano non sono né legati ai dialoghi in sé, né alle capacità attoriali del protagonista. Matt Damon con barba bianca e occhi chiari ha cozzato con la mia idea di un Ulisse più mediterraneo (ho fisso in testa Bekim Fehmiu dello sceneggiato Rai del '68), ma ecco a farci caso i suoi colori mi ricordano un po' quelli di Nolan stesso, un mio eccesso di zelo?
Ad Anne Hathaway è stato fatto un torto, assegnandole una Penelope mai protagonista della sua tragedia, confusa, stereotipata e piatta: l'assenza della prova del talamo nuziale e la sequenza confusa del riconoscimento di Ulisse l'hanno spogliata di ogni panno da matrona, raccontando le vicissitudini di una ragazzina pure un po' frivola (si veda il flashback in cui ridacchia innamorata quando il suo Ulisse giovane e forzuto batte tutti alla prova dell'arco), una scelta di regia che non ho apprezzato.
Tom Holland è stato per me un errore di casting, è chiaramente ancora troppo legato al ruolo di clown rosso e alcune delle sue reazioni erano comicamente fuori luogo ("Cavolo! Mi stanno uccidendo Mentore! XD").
L'Antinoo di Robert Pattinson è forse il personaggio meglio rappresentato, decisamente per merito delle capacità espressive dell'attore, che aggiungono pathos a dei dialoghi altrimenti normali.
Scelta di regia opinabile ma comprensibile nella rappresentazione di Circe come una classica strega delle fiabe, con antro, pozioni e una cornacchia come migliore amica; come già detto, grande resa della porcificazione. La bella Calipso si è probabilmente fatta pagare sette anni di sedute di psicoterapia arretrati alla partenza del paziente Ulisse. Un personaggio totalmente trasformato, contemporaneo, magari un omaggio ad un'esperienza personale? Evitiamo castelli in aria.
La stessa isola di Calipso è brulla, spoglia, una landa desolata a cui mancano i colori. Sarebbe sciocco fermarsi al paragone col testo omerico (Ogigia è un paradiso naturale di boschi, sorgenti, flora e fauna), perché allontanando lo sguardo dalla particolare messa in scena si coglie un intento allegorico nella costruzione della scenografia.
Ho apprezzato molto il riferimento esplicito ai popoli del mare, che con (peculiare) licenza poetica passa per bocca dei personaggi.
La fine dell'età del bronzo è una suggestione di portata epica, collocata a mio parere audacemente all'interno dell'Odissea: l'inganno del cavallo come ultimo colpo d'ariete ad un mondo assediato e morente, le Porte Scee come baluardi di valori arcaici risalenti a Gilgamesh di Uruk, a Sumer. Dopo dieci anni di guerra estenuante non si innalzano più ziqqurat, nessun "faraone" è divino e intoccabile (Faccia di cane, cuore di cervo!), non ci sono più divinità (o non hanno alcuna influenza, si guardi Atena) e la tragedia prende sempre più una dimensione terrena e umana.
Ulisse è presentato come artefice e reduce di questo crollo, si prende colpe che non ha ed è distrutto dai flashback orridi della devastazione ottenuta con l'inganno, con la violazione del sacro. Con la distruzione delle vie commerciali del Mediterraneo, il mondo torna a mostrarsi come appariva ai primi uomini: un vasto mistero d'ombra pieno di mostri, creature potenti, magiche, pericolose, forze distruttrici della natura, tentazioni, fame, morte. Tutte chimere che erano state addomesticate dalla società e che ora tornano feroci e selvatiche.
Purtroppo a mio parere il taglio poetico dei film di Nolan è spesso dato con l'accetta: tutto di qua o tutto di là. La legge di Zeus è presentata e invocata continuamente, e mi ha ricordato di quando a scuola ci si fissava su un concetto nuovo che ci elettrizzava, e lo si cercava poi ovunque attorno.
Nolan vuole mostrare il viaggio di ritorno dagli occhi di Ulisse, ecco perché Ogigia è così desolata, i Lestrigoni sono corazzati come Don Chisciotte, le sirene cantano del passato (un prurito insopportabile che non puoi grattare, tocco lirico notevole), e persino Itaca e il suo castello sono ridotti al panorama petroso della seppur bellissima Favignana, e pare respingente.
L'intera scelta cinematografica ricalca con forza la dicotomia tra la decadenza di un'epoca storica e delle certezze di un uomo. Suggestione senza dubbio interessante, ma riproposta fino allo stremo, con scelte di regia eccessivamente ridondanti e sovrastanti degli altri dettagli del film. Ne risulta un film piatto, freddo, privo di pathos, emozioni o vero coinvolgimento emotivo, salvo che per le scene di azione e di combattimento. La palette blu presente in gran parte delle riprese rispecchia questa idea, ma appesantisce ulteriormente la pellicola. Come molti hanno notato, una perfetta crociera nel Mare del Nord.
I tempi stretti di un film obbligherebbero ahimè ogni regista a tagli poco eleganti e a ritmi serrati. L'Odissea è anche una storia di silenzio, rumore di vento, di onde e di pensieri non espressi; si è scelto di tagliare il silenzio per riempire la pellicola di dialoghi spesso non necessari. Una sceneggiatura didascalica soffoca le capacità espressive degli attori, tanto più quando ridondante.
Questo io ritengo sia la maggiore colpa della produzione.
Nessun personaggio ha il tempo di essere approfondito e di mostrare una benché minima evoluzione: Ulisse, rapito dai suoi demoni è uguale all'inizio, circondato da compagni, e alla fine, mentre vede affogare gli ultimi dei suoi uomini al largo delle terre dei Feaci (?).
Nolan vuole ricalcare lo straniamento quasi patologico di Ulisse rispetto alle sue avventure, dato che in testa ha il chiodo fisso del senso di colpa per la devastazione lasciata alle spalle.
Un personaggio piatto appunto, interessante? Può darsi: certamente non l'Ulisse πολύτροπον, vivace, multiforme, ingegnoso, brutale, che ci viene presentato da Omero, nella sua forma cangiante che ha fatto innamorare di lui uomini e donne di tutti i tempi e di tutti i tipi. L'Odisseo di Nolan ha una sola forma: quella di Nolan che, io ritengo, in un eccesso di esaltazione (avrebbe davvero senso rimproverare l'ego di un regista?), ha dato forma ad un personaggio definito su una suggestione avuta leggendo l'Odissea, riscrivendo lui stesso le note a piè pagina.
Una sola idea non basta per rendere l'eroe universale per antonomasia; si potrebbe pensare che ciò non rientrasse negli intenti della regia, ma è quanto l'intera operazione di marketing ci ha lasciato intendere, a partire dal titolo: "Odissea".
Ah! Nausicaa... chissà se lei sarebbe riuscita a salvare il nostro Ulisse in se stesso ramingo. Chissà se gli onori e gli ozi alla corte dei Feaci avrebbero risvegliato in lui il ricordo del dolce del vino di Itaca, del suo trono e della sua dignità virile di re.
Detto ciò, il film è da vedere perché fornisce un solido argomento di cui discutere in quei pomeriggi un po' imbarazzanti fra parenti di parenti e mezzi sconosciuti che caratterizzano le nostre sere d'estate. Alcune scene sono da kolossal, in tutti i sensi, altre un po' approssimative, un po' quando di scrolla sui social e si alternano WeRoad e la tua prozia influencer. Non ho ancora avuto modo di vederlo in formato IpergigaMAX, dunque potrei cambiare idea in futuro.
Ma detto ciò cosa importa? La mia opinione è fatta per essere messa alla prova, vai a vederlo e ne discuto anche con te, sconosciuto; d'altra parte io chi sono per giudicare? Nessuno.