I bimbi vestiti di miseria rovistano fra le pannocchie buttate nei cesti a bordo strada, all'uscita del Gran Bazar, scintillante d'oro. Si ascolta il richiamo dai minareti, che sono ovunque e si alternano nel canto.

Lungo Istiklal Caddesi, il corso della città, le case sono nuove, così come sulle vie che scendono al mare. E al di là: navi, altre moschee, altre sponde, altre luci. Le due terre si guardano senza avere timore l'una dell'altra.

In mezzo a loro, blu, verde, azzurro, si estende placido il vero spirito della città, con grandi navi che lo attraversano veloci, ma che sembrano ferme da lontano, dai colli, dalle torri da cui si osserva il Bosforo.

Poco è rimasto della città greca, poco di Bisanzio, dei segreti alchemici di un impero per noi orientale, per altri cristiano, ma comunque sempre nemico.

Le mura di Costantinopoli, bianche e rosse come le loro pietre, mostrano i resti di una città abituata ad essere sola e quindi avida e solitaria nel custodire i suoi scrigni, i suoi segreti. Quattro torri di minareti proteggono oggi Santa Sofia. Al viandante che la osserva, col suo colore rosato e le sue forme da Oriente semita, gli pare di essere parte di un immenso presepe, di esistere per un attimo in un tempo e in un altrove lontani.

Ma tutto attorno la città vive, le mezzelune sventolano, issate su pali immensi, ed è chiaro come sempre il vecchio ceda il posto al nuovo, al vivace, come al furore epico di Maometto II o all'amore fiabesco di Solimano. I sultani sono ancora i veri signori della città, che è decorata secondo il loro gusto, e sono celebrati dalle moschee che hanno commissionato in vita. Gli harem, gli onori, le guerre, le concubine, gli odi fratricidi si mischiano ai giardini di agrumi, i profumi di spezie, i tulipani e al mare, in lontananza, e risultano oggi tutti assieme come ingredienti di un'unica fragranza ottundente i sensi, che un tempo certamente aleggiava per quelle vie: a far dimenticare della miseria, del dolore, della sofferenza, a nascondercela, a non farcela vedere.

Istanbul sembra suggerirci che la natura dell'uomo è tale: può essere immenso o piccino, restando sempre uguale. Non possiamo sempre decidere che ruolo interpretare, ma possiamo descrivere il mondo e dare così dignità a ognuno.